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Malato, Inferno

  • Writer: Malacoda
    Malacoda
  • May 5
  • 6 min read

Updated: May 9

"È la prima volta... O almeno una delle poche volte in cui in Italia si può verificare, a distanza di 10 anni, la puntuale realizzazione di ciò che era stato annunciato 10 anni prima. (...) 10 anni fa, il 18 gennaio del 2010, fu annunciato un piano editoriale, in 7 volumi e 15 tomi, che è stato puntualmente rispettato (...)."

 


Così Gianni Letta, arcidiavolo ad honorem, il 20 luglio 2021, alle ore 13,00, nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’occorrenza è ghiotta: la conferenza stampa per la presentazione del commento all’Inferno a cura di Enrico Malato, all’interno della NECOD (Nuova Edizione Commentata delle Opere di Dante). Tutto è solenne. Tutto è celebrativo. Tutto profuma di Grande Evento.


Eppure qualcosa non torna. Forse l’ineffabile Letta non lo sapeva, ma il monumentale volume, il tomo ponderoso a commento della “prima canzon” non era un volume completo: era una pezza. Il tentativo, sì, di rispettare “puntualmente” un progetto editoriale – ma di farlo alla Malebranche, con ingegnosa (ma pur sempre erudita) italianità, candidando a pieno titolo il filologo commentatore al rango di cherubino nero.

 

Perché, sì, veniva presentato al mondo, come ulteriore mattone dell’imponente “cattedrale di carta”, il volume dell’Inferno, e per la precisione – perché il diavolo sta nei dettagli – VOLUME VI, TOMO I, ma l’edizione mirabile dictu era una “edizione esemplare”, scritto in piccolo piccolo di tenue e innocente color cilestrino, sulla sinistra, a indicare un’edizione che al tempo stesso era capace di mantenere la promessa, e al tempo stesso disattenderla. Magheggi quantistici che solo gli eccelsi dantisti sanno compiere.

 

Il tomo consta di 761 pagine. Ma il commento all’Inferno, o meglio, ai primi 17 canti dell’Inferno, occupa le prime 458 pagine. Perché l’edizione esemplare così allestita, è un’edizione da cerimonia, da Sala Polifunzionale del Consiglio dei Ministri, da Gran Operà. Gran galà!

E lo scrive Malato stesso, con candore virginale: che “il volume non è fisicamente pronto nella sua interezza, ma questo non vuol dire che l’impegno non sia stato, non sia onorato”.

Lodiamo le intenzioni. Il volume non è intero, ma il piano è rispettato. Perché il lavoro “è complesso e impegnativo”, ma “cautelativamente non può essere esibito in stampa definitiva”. Insomma: il lavoro c’è, è finito, giace nei calderoni della Salerno Editrice.

Detto ciò, come possiamo giustificare un volume dedicato al commento dell’Inferno di 761 pagine, delle quali solo 458 dedicate al commento di metà canti?

A questo provvede l’altezza d’ingegno.


Basta inserire da pagina 467 a pagina 498 l’Introduzione al tomo, o meglio, la “relazione provvisoria” come specificato in basso a sinistra, a pagina 498, con tanto di parentesi quadre. Introduzione che comunque era stata data alle stampe (al prezzo di 15 euro) nel 2020. Poi si deve mettere la necessaria Bibliografia citata in forma abbreviata, e poi inserire una Nota al testo con Apparato delle varianti che è quanto pubblicato nel 2018 nel volume Per una nuova edizione commentata della Divina Commedia (per la bellezza di 24 euro), sempre a cura di Malato che con questo prodigioso lavoro di rammendo riesce a portare a termine – “puntualmente” – l’opera che è rispettata solo a metà.

Certo, un lavoro di taglia e cuci, che chi come noi figli delle tenebre, (p)ossessivi compulsivi, avevamo già acquistato e l’Apparato di varianti e l’Introduzione (per un totale di 15 + 24, 39 euro), un po’ restiamo con l’amaro in bocca a leggere 303 pagine inedite a 55 euro di edizione esemplare.

Il vero commento all’Inferno uscirà nel 2022, 756 pagine, prezzo 65 euro.

Il gioco è fatto!

Nessuno si pone più il problema. Le solennità sono state rispettate. I complimenti sono stati incassati. Malato è là nell’Olimpo e non surse il secondo.

Chiaro, chi con curiosità aveva interesse a leggere l’opera completa, è stato costretto a comprarsi anche l’edizione ordinaria, e così con una modica spesa di 120 euro ha potuto consultare l’intero commento, dopo l’assaggino esemplare.

Cosa importa.

Importante che Enrico Malato abbia avuto il suo alloro.

 

E cosa possiamo dire di questo commento, prezioso?

Possiamo dire che a pag. 644, in nota, leggiamo che Maometto “ripete dunque l’errore già di Bonifacio VIII e di Guido da Montefeltro nel ritenere che Dante sia un nuovo dannato”. Peccato che Bonifacio VIII non sia un’anima dannata – è ancora vivo, nel 1300, mentre Dante cammina tra i cerchi. L’autore confonde papa Bonifacio con Nicolò III, il simoniaco del canto XIX, che scambia Dante per il principe de’ novi farisei ancora là da venire. Una distinzione, ammettiamo, di scarso rilievo.

 

Una svista, appunto. Occorre comprenderla: lavorare con una redazione, una commissione scientifica e un gruppo di coadiutori che esorbita le normali disponibilità di qualsiasi commento in circolazione è impresa che stanca. Troppi occhi finiscono per non vedere nulla.

Con buona pace del Bonifazio dannato prima del tempo.

 

A pagina 742 scopriamo che le ali con le quali Lucifero ghiaccia tutto Cocito non sono sei – a memoria dell’antico serafino caduto – ma quattro, con due ali “sotto ciascuna” spalla anziché testa. A conferma, l’autore convoca il Dorè. Gustave Dorè, illustratore dell’Ottocento.

Registriamo infine una certa disinvoltura nell’uso dei sinonimi – sinonimi che in Dante, com’è noto, non esistono. Per esempio fare e creare non sono equivalenti.

La porta degli Inferi è fatta da Dio, non creata. Maria è “fattura” e nel suo essere “umile e alta” supera ogni “creatura”, ovvero ogni angelo. Creature prime.

Se “creare” indica la creatio ex nihilo, “fare” riguarda la creatio de aliquo.

Quindi a pag. 83, “Giustizia mosse il mio alto fattore” diventa nella parafrasi “giustizia mosse il mio eccelso creatore”.

A pag. 741: “e contra ‘l suo fattore alzò le ciglia” diventa “osò ribellarsi contro il suo creatore”.

 

Beatrice, che al verso 91 del canto II dice: “I’ son fatta da Dio, sua mercé” viene parafrasato in “io sono resa da Dio”, che potrebbe anche essere un compromesso interessante, salvo poi accorgersi che questa scelta ricorda moltissimo la parafrasi che vediamo nel commento di Chiavacci Leonardi (con l’utilizzo appunto di “resa” al posto di “fatta”), dove per altro troviamo esattamente le medesime citazioni scritturali, Sap. 3,1 e Is. 43,2, nello stesso ordine, senza vederne però menzionata la fonte. Che poi, in merito a Sapienza, la citazione è a sua volta da Mazzoni, ma questa moda di esportarsi le idee, dal buon Pietro di Dante in poi, è cosa assai frequente.

 

Qua siamo sul piano delle interpretazioni, come sempre legittime – e ci mancherebbe. Però al lettore non sfugge una certa frettolosità nella seconda parte, specie nelle note di lettura conclusive.

Per dire contro le 26 pagine dedicate al canto di Brunetto Latini abbiamo le 19 pagine del canto di Ulisse o le 15 pagine dedicate al successivo canto di Guido da Montefeltro. Due personaggi che, senza nulla togliere al maestro sodomita, meritavano forse maggiore attenzione dall’esegeta sopraffino.

Tutto ciò rende il volume intero meno “esemplare”, di nome e di fatto.

 

E ora?

Siamo nel 2026 e a partire da marzo è finalmente ordinabile il secondo tomo, dedicato alla “cantica seconda”. Con quasi 4 anni di ritardo, rispetto al progetto iniziale, ma d’altronde già un po’ lo aveva anticipato Gianni Letta, sempre in quella conferenza stampa, dicendo che in genere “per le opere pubbliche, soprattutto in Italia, gli annunci sono molto facili, vengono fatti in gran copia in tutti gli anni, e poi si fa affidamento che il tempo e l’oblio labile degli uomini possa far dimenticare ciò che erano stati gli impegni annunciati o promessi”.

 

Leggeremo anche questa opera, pieni di fiducia. Soprattutto perché in un articolo a firma di Andrea Mazzucchi e Guido Trombetti (nomen omen), ci vengono promesse “emozione, stupore, ammirazione” (e cosa vogliamo di più?).

Dove scopriamo che le 700 pagine, tutte tutte dedicate al Purgatorio, al lordo, lasciano “esterrefatti soltanto a guardarle”.

“L'oceanica cultura di Enrico viene fuori dalle pagine del suo Purgatorio come uno tsumani silenzioso”, persino l’uso del corsivo e del grassetto ne fanno un autentico “gioiello editoriale”.

Ci uniamo all’esultanza. Con sobrietà.

 

Che il nostro encomiabile filologo fosse studioso di altra tempra lo si sapeva. Ma dall’articolo celebrativo apprendiamo che il prodigio supera ogni umana immaginazione: Malato è novantenne, sì, ma – stando al titolo della giornata di studi a lui dedicata – è studioso da novant’anni. Ovvero fin dalle fasce, novello Ercole, a stringere tra le mani uno e l’altro Guido. Un “magistero filologico e critico” di novant’anni è rivendicazione che solo un bambino-prodigio, commentatore di Dante in culla, cresciuto a Lachmann e biberon, avrebbe titolo a vantare.

Noi ci inchiniamo!

 

Malacoda

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